La Stanford dentro Stanford
Quando Theo Baker arriva a Stanford a diciassette anni immagina di trovarsi soprattutto in una delle migliori università del mondo, il luogo in cui ricerca, informatica e imprenditorialità hanno contribuito alla nascita della Silicon Valley. Quello che descrive in How to Rule the World, pubblicato il 19 maggio 2026, è però anche un secondo sistema, meno visibile: una Stanford fatta di accessi privilegiati, società informali, venture capitalist e studenti individuati molto presto come possibili fondatori delle prossime aziende miliardarie.
Baker parla di finanziamenti offerti quando l’idea imprenditoriale ancora non esiste, telefonate di miliardari, eventi esclusivi e reti che circondano alcuni studenti fin dai primi mesi del college. Non è semplicemente l’università che prepara al mercato del lavoro. È un ambiente in cui capitale e formazione iniziano a confondersi, e in cui alcune carriere vengono accelerate prima ancora che abbiano prodotto qualcosa.
Quando il talento diventa un investimento
Il meccanismo raccontato dal libro è interessante perché rovescia il modello tradizionale. Normalmente immaginiamo che un individuo studi, sviluppi competenze, costruisca un progetto e solo successivamente venga riconosciuto dal mercato. Nella Stanford descritta da Baker può accadere l’opposto: il sistema cerca di individuare il potenziale prima che questo si manifesti completamente.
Il diciottenne brillante diventa così una sorta di asset. Il venture capital non finanzia necessariamente ciò che ha già costruito, ma ciò che pensa potrebbe costruire. Il risultato può essere straordinariamente produttivo: mettere capitale, reti e competenze nelle mani di persone eccezionali ha contribuito alla nascita di alcune delle aziende tecnologiche più importanti al mondo. Ma genera anche un circuito autoreferenziale, nel quale essere riconosciuti dalla rete giusta diventa a sua volta una prova del proprio valore.
Il rischio è che la selezione del talento si trasformi progressivamente nella produzione del talento percepito.
L’università come infrastruttura del potere
Baker insiste su un elemento che rende Stanford diversa da una semplice scuola prestigiosa. L’università si trova fisicamente e culturalmente al centro di un ecosistema in cui ricerca scientifica, industria tecnologica e capitale finanziario convivono a pochi chilometri di distanza. Secondo l’autore, il suo budget annuale supera quello di numerosi Stati e la capacità dell’istituzione di generare reti, reputazione e opportunità è parte fondamentale del suo potere.
Non significa che esista una cabina di regia che decide chi governerà la tecnologia mondiale. Il processo è più interessante proprio perché non ne ha bisogno. Alumni che finanziano nuovi studenti, professori che fondano aziende, venture capitalist che frequentano il campus e giovani founder che diventano a loro volta investitori creano un sistema capace di riprodursi autonomamente.
Il potere contemporaneo nasce spesso così: non attraverso un’investitura formale, ma attraverso una sequenza di accessi.
Il prezzo della velocità
La critica più dura di How to Rule the World riguarda la cultura che questo ambiente può produrre. Baker descrive un mondo in cui muoversi velocemente, aggirare ostacoli e dimostrare un’ambizione fuori scala possono diventare qualità premiate più della prudenza. È la stessa cultura che ha alimentato il mito della Silicon Valley, ma applicata a persone che in alcuni casi hanno appena lasciato il liceo.
Lo stesso Baker finirà per osservare l’altra faccia dell’istituzione attraverso il giornalismo. Le sue indagini per lo Stanford Daily sulle controversie scientifiche legate al presidente Marc Tessier-Lavigne contribuirono al processo che portò alle sue dimissioni nel 2023. Baker divenne poi il più giovane vincitore del George Polk Award. Il libro tiene insieme queste due Stanford: quella che costruisce rapidamente reputazioni e quella che deve trovare gli strumenti per controllare il potere che produce.
Il potere prima che diventi visibile
Il titolo del libro è volutamente provocatorio. Stanford non insegna letteralmente a governare il mondo. Ma forma e connette persone che potranno decidere quali tecnologie vengono finanziate, quali aziende nascono, quali idee raggiungono miliardi di utenti e quali problemi meritano investimenti.
È questa la parte più utile della lettura di Baker. Siamo abituati a osservare il potere quando è già evidente, quando un founder controlla una multinazionale o un investitore muove miliardi. How to Rule the World guarda invece alla fase precedente, quando quel potere è ancora uno studente, una relazione, un invito a cena o un assegno firmato prima che esista persino l’azienda.
Comprendere le élite significa anche osservare i luoghi e i meccanismi che permettono loro di diventarlo.

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