Non serve una laurea in entrepreneurship
Secondo Paul Graham, le università che vogliono preparare i founder commettono spesso un errore iniziale: pensano di dover aggiungere corsi di entrepreneurship, competizioni di business plan e nuovi innovation center. La sua tesi parte dall’esperienza di vent’anni di Y Combinator ed è quasi opposta. I founder promettenti non sono necessariamente quelli che hanno studiato come raccogliere capitali o presentare un pitch, ma quelli che sanno costruire qualcosa e hanno già l’abitudine di farlo.
Per questo Graham indica informatica, ingegneria, biologia, matematica e design, ma senza trasformare l’argomento in una difesa delle sole discipline tecniche. Steve Jobs studiò calligrafia, Zuckerberg psicologia. Ciò che conta è entrare in contatto con idee potenti e sviluppare una competenza abbastanza profonda da poter creare qualcosa che prima non esisteva.
Imparare costruendo
Il punto più interessante riguarda i progetti personali. Secondo Graham, lavorare autonomamente su qualcosa insegna più di quanto faccia un esercizio progettato esclusivamente per ottenere un voto. La motivazione cambia: non si lavora perché esiste un esame, ma perché si vuole vedere se un’idea funziona.
I progetti hanno anche una funzione sociale. È lavorando insieme che potenziali cofounder scoprono se sono realmente compatibili. Ed è spesso attraverso esperimenti laterali, apparentemente privi di una prospettiva commerciale, che nascono le idee migliori. Il primo Facebook non era un business plan destinato agli investitori. Molti progetti diventano imprese soltanto dopo aver dimostrato di essere interessanti per chi li costruisce e per chi inizia a usarli.
La lezione è semplice: invece di chiedere continuamente agli studenti di immaginare startup, potrebbe essere più utile permettere loro di costruire senza chiedersi immediatamente se ciò che stanno facendo diventerà un’azienda.
La risorsa più rara è il tempo
Qui la critica all’università diventa più profonda. Graham sostiene che uno degli ostacoli principali non sia la mancanza di incubatori, ma l’assenza di tempo non programmato. Cita un dettaglio curioso della storia di Harvard: Microsoft e Meta iniziarono entrambe durante il reading period, l’intervallo tra la fine delle lezioni e gli esami.
L’esempio è volutamente provocatorio, ma evidenzia un problema reale. Studenti molto capaci possono trascorrere gran parte del proprio tempo completando consegne, esami e attività già definite da altri. Riempire ulteriormente il calendario con corsi di innovazione rischia quindi di produrre l’effetto contrario.
Per Graham, l’università dovrebbe avere il coraggio di lasciare alcuni spazi vuoti. Non tutti li utilizzeranno bene, ed è proprio questo il punto controverso della proposta. Una parte degli studenti perderà tempo. Altri potrebbero usarlo per costruire qualcosa di molto più importante di un’altra consegna accademica.
Il limite dei corsi che simulano l’impresa
La critica più netta riguarda business plan competition e simulazioni di startup. Presentare un’idea a una giuria può insegnare a costruire una narrazione convincente, ma rischia di far credere che il cuore di una startup sia convincere gli investitori.
Graham rovescia questa logica: le persone da convincere sono prima di tutto gli utenti. Il prototipo conta più del pitch, il prodotto più della presentazione. Una vera startup, inoltre, richiede un livello di impegno difficilmente compatibile con quattro corsi universitari e una valutazione finale.
Questo non rende inutili economia, management o finanza. Significa distinguere ciò che serve a gestire un’organizzazione da ciò che permette di crearne una dal nulla.
Un’università che lascia spazio
La proposta di Graham nasce inevitabilmente dal punto di vista di Y Combinator. I founder costituiscono una minoranza degli studenti e l’università ha una missione molto più ampia che produrre nuove società tecnologiche. Inoltre non tutti partono con le stesse risorse, reti e possibilità di utilizzare liberamente il proprio tempo.
Ma la sua critica supera il mondo delle startup. Preparare i founder significa in realtà favorire autonomia, capacità di costruire, curiosità e iniziativa personale. Qualità utili anche a chi non fonderà mai un’azienda.
Forse la domanda non è quindi quanti corsi di entrepreneurship debba aggiungere un’università. È quanto spazio sia ancora disposta a lasciare agli studenti per fare qualcosa che nessun docente aveva previsto.
In un sistema educativo costruito soprattutto per assegnare compiti e valutarne l’esecuzione, la vera innovazione potrebbe essere molto più semplice: insegnare bene, mettere a disposizione strumenti e persone competenti, poi lasciare abbastanza libertà perché qualcuno inizi a costruire.

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