Alpha DaRT e glioblastoma: come funziona la nuova radioterapia

Alpha DaRT glioblastoma
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Portare la radiazione dentro il tumore

Il glioblastoma resta uno dei tumori cerebrali più aggressivi e difficili da trattare. Chirurgia, radioterapia e chemioterapia possono rallentarne la progressione, ma la recidiva è estremamente frequente e, quando arriva, le possibilità terapeutiche diventano limitate.

È in questo scenario che Alpha Tau Medical sta sperimentando Alpha DaRT, acronimo di Diffusing Alpha-emitters Radiation Therapy. L’idea è diversa dalla radioterapia convenzionale: invece di dirigere la radiazione dall’esterno verso il tumore, piccole sorgenti radioattive vengono inserite direttamente nella massa tumorale.

Il trial statunitense REGAIN sta valutando Alpha DaRT glioblastoma nei pazienti con malattia recidivante. Lo studio prevede appena dieci partecipanti ed è progettato innanzitutto per verificare fattibilità e sicurezza della procedura. Al 24 luglio il reclutamento risulta ancora in corso.

Perché proprio le particelle alfa

Le sorgenti utilizzate da Alpha DaRT contengono radio-224. Durante il decadimento vengono generati isotopi radioattivi che si diffondono per pochi millimetri nei tessuti circostanti ed emettono particelle alfa.

Queste particelle possiedono una caratteristica particolarmente interessante in oncologia: rilasciano molta energia lungo una distanza molto breve. Possono quindi provocare gravi rotture del DNA delle cellule tumorali limitando, almeno in teoria, l’esposizione dei tessuti sani vicini.

Il principio è quello di creare una zona di irradiazione molto concentrata all’interno del tumore. Nel cervello questa precisione è particolarmente importante, perché pochi millimetri possono separare il tessuto malato da strutture essenziali. Alpha Tau ha sviluppato per il glioblastoma un sistema di inserimento guidato da neuro-navigazione stereotassica, utilizzato a giugno anche nel primo paziente trattato fuori dagli Stati Uniti, all’Hadassah University Medical Center di Gerusalemme.

Tre pazienti e numeri impressionanti

A maggio Alpha Tau ha pubblicato i primi dati intermedi dello studio americano. Dei tre pazienti trattati fino a quel momento, due mostravano una risposta completa secondo i criteri radiologici utilizzati, con scomparsa delle lesioni tumorali evidenziabili nelle successive risonanze. Il terzo presentava malattia stabile e una riduzione del 30% delle dimensioni del tumore.

Da questi tre casi deriva il dato comunicato dall’azienda del 100% di controllo locale della malattia e del 67% di risposta completa. È stato inoltre registrato un evento avverso grave di grado 3, una crisi epilettica accompagnata da paralisi temporanea, successivamente risolta con steroidi. La FDA ha esaminato l’analisi di sicurezza e a giugno ha autorizzato il proseguimento dell’arruolamento dei restanti sette pazienti.

Sono risultati che meritano attenzione. Ma proprio la loro forza apparente richiede cautela.

Una risposta completa non è ancora una cura

Dire “67% di risposta completa” senza precisare che si parla di due persone su tre produce un’impressione molto diversa dalla realtà statistica. Inoltre, nel glioblastoma controllare localmente una lesione non significa necessariamente controllare la malattia nel lungo periodo.

Il tumore può infiltrare microscopicamente il tessuto cerebrale oltre ciò che appare nelle immagini e la durata della risposta conta almeno quanto la risposta iniziale. Per stabilire se Alpha DaRT prolunghi realmente la sopravvivenza serviranno più pazienti, un follow-up più lungo e successivamente studi capaci di confrontare il trattamento con le alternative disponibili.

ClinicalTrials.gov definisce infatti REGAIN uno studio prospettico, open-label, single-arm, finalizzato principalmente a valutare fattibilità e sicurezza. Non esiste ancora un gruppo di controllo e i risultati completi non sono stati pubblicati nel registro.

La speranza ha bisogno di misura

Nel glioblastoma ogni progresso merita attenzione proprio perché le alternative sono poche. Alpha DaRT possiede una logica scientifica credibile e i primi pazienti hanno mostrato segnali che giustificano il proseguimento della ricerca.

Ma oncologia e comunicazione finanziaria parlano linguaggi differenti. Percentuali molto alte ottenute su campioni minuscoli possono diventare titoli capaci di alimentare aspettative enormi, soprattutto davanti a una malattia nella quale pazienti e famiglie cercano comprensibilmente qualsiasi possibilità.

Il modo più serio di raccontare Alpha DaRT glioblastoma è quindi mantenere insieme le due cose: una tecnologia innovativa che merita di essere seguita e una sperimentazione ancora nelle sue primissime fasi.

Chiamarla oggi “cura” non renderebbe giustizia alla ricerca. Trasformerebbe un risultato preliminare, potenzialmente importante, in una promessa che la scienza non è ancora in grado di mantenere.

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