La società della stanchezza: quindici anni dopo

società della stanchezza di Byung-Chul Han
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Nel 2010 Byung-Chul Han pubblicava La società della stanchezza, un piccolo saggio destinato ad avere una fortuna molto più grande delle sue dimensioni. La sua intuizione centrale era semplice e radicale: la società contemporanea non ha più bisogno soltanto di imporre disciplina dall’esterno, perché ha imparato a trasformare ogni individuo nel sorvegliante di se stesso. Quindici anni dopo, tra lavoro digitale, notifiche permanenti e intelligenza artificiale, quella diagnosi non sembra invecchiata. Al contrario, alcune delle tecnologie nate per liberarci dalla fatica sembrano aver costruito un sistema nel quale ogni nuova efficienza diventa rapidamente una nuova aspettativa.

Dal «devi» al «puoi»

Han contrappone la vecchia società disciplinare alla società della prestazione. Nella prima il potere assume soprattutto la forma del divieto, dell’obbligo e dell’autorità: devi lavorare, devi rispettare l’orario, devi produrre. Nella seconda il linguaggio cambia. Possiamo migliorare, crescere, diventare più produttivi, costruire noi stessi, trasformare una passione in un lavoro e il tempo libero in un’opportunità.

È apparentemente una liberazione. Ma il «puoi» possiede una caratteristica che il «devi» non aveva: non stabilisce un limite.

Se posso sempre migliorarmi, allora posso sempre fare qualcosa in più. Il fallimento non viene più attribuito soltanto a un’autorità, a un’organizzazione o alle condizioni esterne: diventa facilmente una responsabilità individuale. Non sono stato abbastanza disciplinato, abbastanza produttivo, abbastanza veloce. È qui che Han colloca uno dei paradossi della modernità: lo sfruttatore e lo sfruttato possono coincidere nella stessa persona.

Il lavoro è uscito dall’ufficio

Nel 2010 lo smartphone aveva appena iniziato a trasformare profondamente la quotidianità. Slack, Teams, Zoom, il lavoro remoto su larga scala e l’attuale generazione di sistemi di intelligenza artificiale dovevano ancora arrivare. Eppure la direzione individuata da Han era già visibile.

Il lavoro digitale ha progressivamente dissolto molti dei suoi confini fisici. L’ufficio può essere ovunque, e proprio per questo rischia di essere sempre presente. Un messaggio può arrivare mentre siamo a cena, una mail può essere controllata dal letto, un documento modificato durante un viaggio. Anche quando nessuno pretende formalmente una risposta, la possibilità tecnica di rispondere modifica le aspettative.

Lo stesso processo riguarda la nostra identità. LinkedIn rende visibile la carriera, le piattaforme creative mostrano continuamente il lavoro degli altri, gli strumenti di produttività misurano attività e risultati. Persino sport, lettura e sonno possono trasformarsi in metriche da osservare e migliorare. La prestazione non occupa più soltanto le ore lavorative: diventa un modo di interpretare il tempo.

L’intelligenza artificiale e il paradosso dell’efficienza

Con l’AI generativa questo meccanismo raggiunge un nuovo livello. Scrivere una prima bozza, analizzare documenti, programmare, tradurre, realizzare una presentazione o sintetizzare una ricerca può richiedere molto meno tempo rispetto a pochi anni fa. In teoria, una parte di questo guadagno potrebbe trasformarsi in tempo liberato.

Ma esiste un’altra possibilità: che diventi semplicemente nuova capacità produttiva.

Se una presentazione richiedeva una giornata e oggi richiede due ore, possiamo lavorare sei ore in meno. Oppure possiamo produrre quattro presentazioni. Se un programmatore può sviluppare più velocemente, l’organizzazione può ridurre il carico oppure aumentare ciò che considera normale consegnare. Se tutti possono rispondere rapidamente a una mail grazie a un assistente AI, una risposta rapida smette presto di essere eccezionale e diventa lo standard.

È qui che rileggere La società della stanchezza nell’epoca dell’AI diventa interessante. L’intelligenza artificiale non determina necessariamente più lavoro: può realmente eliminare attività ripetitive e aumentare enormemente le capacità individuali. Ma la tecnologia, da sola, non decide dove finisce il tempo risparmiato. Questa è una scelta economica, organizzativa e culturale.

Quando l’eccezionale diventa normale

La storia della tecnologia è piena di strumenti che hanno aumentato la produttività. L’AI introduce però una peculiarità: non automatizza soltanto il gesto meccanico, ma entra progressivamente nel territorio del lavoro cognitivo. Il limite della prestazione si sposta quindi proprio nelle attività che per molto tempo abbiamo considerato tipicamente umane.

Una persona può leggere più documenti, produrre più immagini, scrivere più codice, analizzare più dati e comunicare in più lingue. È un aumento reale delle possibilità. Ma se la misura del successo continua a essere la quantità di produzione ottenibile, ogni aumento di capacità rischia di essere assorbito dal sistema.

Il risultato è un curioso effetto scala: diventiamo più veloci senza sentirci necessariamente meno occupati. Riduciamo il tempo necessario per ogni singola operazione mentre moltiplichiamo il numero delle operazioni. L’efficienza risolve il problema precedente e, quasi immediatamente, stabilisce un nuovo livello dal quale ricominciare.

Non tutta la stanchezza è uguale

La critica di Han non dovrebbe però trasformarsi in una condanna semplicistica della tecnologia, né in una spiegazione universale del burnout. Condizioni economiche, precarietà, organizzazione del lavoro, salari, responsabilità familiari e differenze individuali continuano a contare. Anche l’idea dell’auto-sfruttamento rischia di diventare fuorviante se utilizzata per ignorare forme molto concrete di sfruttamento esterno. È uno dei limiti che la letteratura critica sulla teoria di Han ha evidenziato.

Ma la forza della società della stanchezza sta forse altrove: nell’aver individuato una forma di pressione che può funzionare persino in assenza di un ordine esplicito.

Non serve qualcuno che ci dica continuamente di produrre quando abbiamo interiorizzato l’idea che ogni minuto inutilizzato sia un’occasione perduta. E non serve che l’AI ci imponga di lavorare di più: basta che renda possibile farlo.

La vera domanda dell’era AI

Il problema, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia positiva o negativa per il lavoro. Una tecnologia capace di eliminare ore di attività ripetitive può rappresentare una delle più grandi opportunità di liberazione del tempo degli ultimi decenni. Ma proprio per questo costringe a formulare una domanda che non è tecnologica.

Che cosa vogliamo fare dell’efficienza conquistata?

Possiamo utilizzarla per produrre continuamente di più, oppure per riconquistare una parte del tempo che la tecnologia ci restituisce. Possiamo misurare il progresso soltanto attraverso l’output oppure includere nella definizione di progresso anche ciò che non produce nulla di immediatamente misurabile: attenzione, contemplazione, relazioni, studio, riposo.

Forse è questo il punto in cui Han appare più contemporaneo oggi che nel 2010. Il futuro del lavoro non dipenderà soltanto da quanto l’intelligenza artificiale riuscirà a fare al nostro posto. Dipenderà da ciò che noi decideremo di fare del tempo che avrà liberato.

Perché una società capace di produrre sempre di più, sempre più velocemente, può essere straordinariamente efficiente e allo stesso tempo esausta.

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